Archivio mensile:dicembre 2014

NON E’ PIU’ COME PRIMA di Massimo Recalcati

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Parte I: l’Amore

Prima di poter parlare di perdono occorre fare due premesse imprescindibili, su cui Recalcati si sofferma lungamente nella prima parte del libro: connotare l’ambito in cui amore e perdono agiscono e definire –cosa per nulla scontata- l’amore stesso.

Dunque in nome di cosa si concede o meno il perdono? Immergendo il sentimento dell’amore nella società contemporanea, mai avulso dall’epoca storica in cui viviamo, se ne dà la definizione a partire dal concetto psicoanalitico delle origini, quello di Freud. Voluto a nostra immagine e somiglianza, l’amore assumerebbe le fattezze del nostro Io migliore: la persona amata non sarebbe altro che lo specchio su cui ci riflettiamo narcisisticamente. Senza dimenticare il celeberrimo complesso di Edipo da cui non sono immuni né uomini né donne:  quando ci innamoriamo ricerchiamo nostra madre o nostro padre e un rapporto che ci è stato impedito e stroncato sul nascere in età infantile. Conseguenza: affetto e desiderio sessuale risultano scissi e inconciliabili (tanto per i maschi quanto, nell’epoca dell’emancipazione, per le femmine).

La psicoanalisi moderna insieme alla scuola rappresentata da Recalcati, quella lacaniana, sostengono che si tratta di un concetto parziale e non del tutto corretto, o almeno non quello adatto a definire e delineare la natura del  vero grande Amore. Si tratta di quel tipo di Amore che chiede ancora e ancora la stessa persona, che prova un desiderio che non si esaurisce nel giro di pochi mesi, ma che si rinnova nel tempo e sempre rivolto verso quella e solo quella persona. Si tratta dell’Altro che si ama per la sua stessa alterità, per essere diverso da noi, con caratteristiche totalmente proprie, tanto da essere un mondo a se stante. Un Altro che non deve essere la cosiddetta “altra metà”, secondo il romantico e ideale concetto platonico, ma deve essere un Uno che insieme a noi costituisce una visione a Due della vita e della realtà che ci circonda.  Smentendo, così la riduzione dell’Amore al puro riflesso narcisistico, “l’amore deluso è spesso l’amore più idealizzato”, dove non c’è idealizzazione non c’è neanche delusione. Più si prova delusione davanti all’Altro e più abbiamo in lui cercato la nostra immagine ideale. Dunque da questo altissimo concetto di Amore deriva un tipo di libertà ben diversa da quella reclamata dall’uomo Ipermoderno  (di cui Recalcati indica le caratteristiche e i rischi), perché “l’incontro è (…) con ciò che dell’Altro sfugge a ogni specularità narcisistica”. Infatti “l’amore non narcisistico non si fonda sulla confusione tra l’Uno e l’Altro ma sulla reciproca solitudine dei Due. Per questo i Due sono sempre chiamati a decidere se rinnovare o meno la loro promessa, sono, in altre parole, sempre liberi di lasciarsi”. Allora il paradosso, intrinseco all’Amore, è dato dal desiderio di possesso, connaturato a ogni relazione, insieme al desiderio che l’Altro scelga liberamente di essere posseduto, come un “libero prigioniero”.

Quindi l’Altro è anche libero di andarsene, di tradire e di chiedere perdono.

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Parte II: il trauma e il perdono

Recalcati suole spesso dire che siamo tutti un “grido nella notte”, ossia tutti, dal momento stesso della nostra nascita, abbiamo subito un trauma –il trauma del distacco dal corpo materno, con cui costituivamo un uno- e abbiamo provato il sentimento di angoscia per l’abbandono. Un abbandono momentaneo, interrotto dall’accorrere dei genitori a causa dei nostri pianti notturni. Quando è l’Altro che ci abbandona e per di più ci tradisce, questa ferita primordiale si riapre, provocando una lacerazione così profonda e squassante da far perdere ogni senso: di noi stessi, della vita, di ogni cosa. L’Amore destabilizza in fase iniziale perché ci trascina via da noi stessi, dal nostro baricentro, portandoci con sé e facendoci sconfinare in un mondo che non è nostro, ma che è quello dell’Altro, immergendoci in quella visione a Due che stravolge il precedente concetto di Uno e costringe a rapportarsi all’alterità. Così l’Amore traditore stravolge doppiamente: l’Io è minato nella sua integrità, ha perso la fiducia verso chi rappresentava il soccorso al grido, è sconvolto nella perdita di quella visione del mondo così nuova. Se nessuno accorre a quel grido nella notte la nostra stessa esistenza perde di significato. Solo chi è stato tradito può venire fuori da questa angoscia: la salvezza non viene portata dall’Altro, ma solo dal tradito stesso, che attraverso il raccoglimento e la riflessione in solitudine può riuscire o meno a perdonare. Perdonare e non perdonare il tradimento dell’Amore hanno, per lo psicoanalista, pari dignità perché entrambe le azioni comportano la fedeltà al sentimento, quello proprio. Se infatti si mantiene fede al proprio desiderio verso l’Altro e all’Amore creato e sostenuto nel tempo, per cui si riesce, in forza di ciò, a superare la profondità della ferita e a proseguire il viaggio, ritenendo che la visione possa tornare a essere a Due, allo stesso modo, se, in nome di quel sentimento in cui si è creduto tanto profondamente, si vede l’irrecuperabilità della visione a Due, perché irrimediabilmente compressa, allora, in ricordo dell’Amore che fu, per non rovinarne la memoria attraverso un rapporto che non sarebbe più uguale a prima, non si recupera.

In ogni caso tutto ciò rimane sempre entro i confini del proprio desiderio, del patto stipulato con noi stessi, non con quello matrimoniale. Non sono i vincoli ufficiali a dover determinare la fedeltà: laddove il rapporto si vive come costrizione alla promessa fatta o si perdoni per convenienza e per timore, la fedeltà verso se stessi è già venuta meno. Va sottolineato, infine, come la capacità di perdonare sia strettamente legata al concetto di generosità, di gratitudine e di debito simbolico verso l’Altro, quel debito oggi rifiutato. Infatti significa confrontarsi e accettare non “l’immagine ideale dell’Altro, ma la sua alterità più spigolosa, il reale più reale dell’Altro”. Significa accettarne la sua assoluta libertà a essere diverso e “irriducibilmente straniero”. Una volta fatto ciò –non senza enorme fatica- “la gratitudine sa riconoscere il debito simbolico nei confronti dell’Altro” e vede nella sua alterità riconosciuta il punto per ripartire.

Bello il racconto finale, esempio di tradimento subito da un uomo e da lui perdonato, con la conseguente rinascita dell’Amore.

Medea Garrone

Guest Reviewier of  “c’è tempo per leggere”

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  • Copertina flessibile: 159 pagine
  • Editore: Cortina Raffaello (12 marzo 2014)
  • Collana: Temi
  • Lingua: Italiano

GALA COX di Raffaella Fenoglio

GALA copertina con scritte

Volete leggere qualcosa che vi avvilupperà e vi terrà col fiato sospeso immergendovi in una realtà non realtà, fra il magico e l’attuale?

Il vostro libro è il romanzo scritto da una socia di P.E.N.E.L.O.P.E., Raffaella Fenoglio, da poco pubblicato:   “Gala Cox e il mistero dei viaggi nel tempo” Fanucci editore.

Vi misurerete con una fantasia sfrenata e avvincente.
Con pennellate secche, decise e minuziose Raffaella Fenoglio tratteggia personaggi ben delineati e crea un’atmosfera che , catturandovi, vi farà entrare dentro al racconto, “costringendovi” a viverci dentro.
Romanzo ricco di riferimenti storici e culturali di ogni genere, intrecciati con leggiadria nel discorso della trama.
Attraverso lo scorrere dei fatti narrati si fotografa un mondo giovanile al quale l’autrice si accosta con rispetto e delicatezza,  cogliendone  contraddizioni e problematiche, percorsi spesso dolorosi verso la ricerca del proprio autentico sé. E’ un mondo  giovanile anticonvenzionale  ripulito da stereotipi diffusi, che ama i genitori, che  vuole studiare anche se con  qualche sacrificio e difficoltà, che sfida l’avventura e il pericolo in nome  dell’amicizia vera e del  volere autenticamente bene.
La protagonista: Gala Cox, per crescere, dovrà approdare alla consapevolezza attraverso il profondo e l’oscuro.
Tutto il romanzo è costellato di metafore e similitudini originali. A cascata.

Non vi annoierete. Garantito.

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Kuraj di Silvia di Natale

kurajNaja è una ragazzina nata nelle steppe dell’Asia Centrale e divenuta adulta a Colonia, in Germania. Il romanzo racconta la sua difficile adolescenza, divisa fra i ricordi dell’infanzia, l’educazione nomade, i racconti della sua gente, la sua cultura popolata di spiriti, la nostalgia per gli spazi aperti, i profumi, i suoni e i colori della sua terra da un lato, e dall’altro la realtà quotidiana di una madre anaffettiva, l’incomprensione di chi le vive accanto, la diffidenza di coloro che la considerano una diversa. La protagonista cresce in una Germania appena uscita dalle distruzioni della 2° guerra mondiale, in piena ricostruzione. E la guerra, con i tragici risvolti dell’ Operazione Barbarossa e l’assedio di Stalingrado, è la chiave di lettura che permette di comprendere la vicenda personale del padre di Naja e la sorte della ragazza.

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