Il racconto di Nadia di Amilca Ismael

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Nadia vive da anni in Europa e ogni tanto torna in Mozambico, al villaggio natale, dove vive la sua famiglia accanto alle sorelle e ai  fratelli nati dal secondo matrimonio del padre, uomo di religione musulmana e di rigidi principi.

Le due mogli,  Elisabeth e Zubaida, dopo anni di sofferenza e rivalità, hanno trovato un’intesa, una sorta di fratellanza e i loro quindici figli costituiscono ormai una sola grande famiglia.

“Il racconto di Nadia” si snoda a partire da un unico centro narrativo, una lunga e toccante conversazione tra la protagonista e la madre Elisabeth durante uno dei loro rari incontri, all’ombra del mafura,  l’albero prediletto.

Un racconto che è un vero e proprio invito a visitare una terra martoriata, in un primo tempo dalla colonizzazione portoghese e poi, una volta raggiunta l’indipendenza nel 1975, da una guerra fratricida tra le più orribili del secolo appena trascorso. Guerra terminata con un accordo di pace siglato a Roma nel 1992, grazie alla mediazione paziente e tenace della Comunità di Sant’Egidio.

Un paese martoriato e bellissimo.

Un paese che accoglie il lettore con i colori del paesaggio, l’azzurro cristallino del mare, il giallo ocra delle campagne: sullo sfondo di tramonti infuocati camminano per ore e ore, quasi ignare della stanchezza,  donne dalla pelle ambrata e dal portamento elegante che recano  le anfore  dell’acqua sulla testa, cantando le loro canzoni fatte di nostalgia e di speranza.

Un paese che conserva tradizioni e consuetudini che l’occidente ha dimenticato da tempo. E una sorprendente umanità. Mentre la madre racconta, Nadia rivive la sua infanzia, ricorda ad una ad una le persone che l’hanno accompagnata nella vita, rievoca le loro storie: Julio, il povero contadino deportato ai lavori forzati per aver osato scostare un insetto dalla spalla di una donna bianca oppure la vecchia Nehlete che mastica tabacco per non sentire i morsi della fame;  nonna Cristina con i suoi preziosi insegnamenti e le bambine che, disobbedendo ai crudeli ordini della maestra portoghese Isabel, si lasciano colpire a sangue per non picchiare le loro compagne…

Storie parallele o circolari che sembrano allontanarsi e ricongiungersi in un unico tessuto di affetti, memorie condivise, coincidenze, di cui anche il lettore finisce per sentirsi parte. E a lettura terminata, si vaga ancora per le terre del Mozambico, si finisce su Internet a cercare le immagini di quel paese e qualche traccia di storia, per saperne di più.

Vi sono, in questo racconto, pagine memorabili. In particolare quella in cui Nadia ricorda di aver assistito a una partita di calcio giocata da bambini poverissimi. Per distinguersi, i bambini di una squadra giocano tutti a torso nudo e gli altri con magliette di tutti i colori, scucite e sbrindellate. Alla partita partecipa un bambino paralitico, che si sposta faticosamente gattonando nel tentativo di rincorrere la palla. Ha le ginocchia e le mani fasciate con luridi stracci per attutire il contatto con la terra. Ad un certo punto, qualcuno grida contro di lui, come per incolparlo di qualcosa: ha toccato la palla con i piedi.

“Fu allora che capii: per quel bambino che gattonava con delle bende ormai nere di terra sulle mani e sulle ginocchia, le regole erano diverse, per forza dovevano esserlo; non avendo l’uso delle gambe, lui, a differenza degli altri, doveva prendere la palla sempre e soltanto con le mani, perché, se l’avesse toccata con i piedi, avrebbe commesso fallo. REGOLE DIVERSE RENDEVANO IL BAMBINO UGUALE AGLI ALTRI e gli permettevano di partecipare e contribuire al gioco, ma soprattutto gli concedevano il lusso dell’errore, la possibilità di sbagliare e quindi la facoltà di rimediare allo sbaglio, contando sulle proprie forze e l’immutato rispetto dei compagni. Mi commossi. Quella è stata la partita di calcio più bella  cui io abbia mai assistito, nonostante la palla di stracci, i piedi nudi, la mancanza di divise e il campo sgangherato e polveroso, sovrastato dal continuo rumore di auto e di macchinari industriali”.

Qui il blog di Amilca Ismael

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